Il racconto dell’Avvocato Angela Lo Russo, dal Convegno organizzato da CANDE, Gravina in Puglia, 10 maggio 2025
di Avv. Angela Lorusso, Coordinatrice CANDE per la Regione Puglia
Il Ponte di Smeraldo
Mi chiamo Angela Lorusso, e sono un’avvocata.
Da anni mi occupo di diritto ambientale. Scrivo, partecipo a tavoli tecnici, assisto aziende, affronto contenziosi. Cerco, nel mio piccolo, di difendere ciò che dovrebbe essere un bene comune: l’ambiente.
Ma devo confessarvelo: ci sono momenti in cui la fiducia vacilla.
A volte ho la sensazione di nuotare controcorrente. Una sera, tornando a casa dopo l’ennesima riunione inconcludente, ho trovato nella mia cassetta della posta un pacco senza mittente. Dentro, un orologio da tasca, antico, elegante, con una frase incisa sul retro: “Non si cambia il tempo. Ma si può cambiare il futuro.” Pensavo fosse uno scherzo. E invece no. Appena l’ho aperto, il mondo ha cominciato a girare vorticosamente. E mi sono ritrovata lì…
Il Passato, l’anno 1895
L’aria era pesante. Il cielo grigio. Il rumore di macchinari riempiva le strade. Ero nel cuore di una città industriale alla fine dell’800. In una sala riunioni si parlava di carbone, acciaio, profitti. Nessuno nominava la parola “ambiente”. Un uomo mi si avvicina e mi chiede: “Lei è un ispettore?”
Rispondo la prima cosa che mi viene in mente: “Sono un osservatore.” Ma non tutti erano ciechi.
In un piccolo laboratorio, tra piante e disegni di strane turbine, trovo una donna: Clara, ingegnere, visionaria, studia il vento, l’acqua, il sole.
“Un giorno – mi dice – useremo solo l’energia che la Terra ci offre, senza distruggerla.
Ma serviranno leggi, scelte coraggiose. E persone che credano sia possibile.”
La guardo in silenzio.
E in quell’istante, l’orologio si riapre.
- Migliorare la qualità della vita garantendo ambienti più salubri, sicuri e accessibili, offrendo spazi pubblici ben progettati, dove socializzare, muoversi, vivere.
- Valorizzare il capitale urbano esistente riutilizzando edifici, aree dismesse e vuoti urbani evitando nuove cementificazioni e riducendo gli impatti ambientali, con la rigenerazione anche dal punto di vista ecologico;
- Aumentare il valore sociale ed economico incentivando nuove attività commerciali, culturali e artigianali, attraendo investimenti sostenibili e coinvolgendo i cittadini nella cura dei luoghi, rafforzando il senso di appartenenza;
- Creare inclusione e coesione sociale contrastando la marginalità, promuovendo l’abitare collaborativo e il mix sociale, integrando servizi educativi, sanitari e culturali.
Il presente, l’anno 2025
Quando l’orologio si richiude, mi ritrovo di nuovo nel mio tempo. È tutto familiare, eppure diverso, vedo la mia città, vedo i palazzi, il traffico, le persone. Li guardo con occhi nuovi. Cammino per le strade e mi accorgo delle contraddizioni: automobili elettriche che sfrecciano davanti a inceneritori ancora attivi, edifici con pannelli solari accanto a condomini che ancora sprecano energia. Partecipo a un convegno. Si parla di transizione ecologica. Ottime idee, ottime parole, ma poi?
Un imprenditore mi confessa: “Vorremmo cambiare, ma la burocrazia ci soffoca.”
Un funzionario risponde: “Ci vorrebbe più coraggio da parte delle imprese.”
Un cittadino dice: “Ma tanto decidono tutto loro, noi cosa possiamo fare?”
Intanto, camminando per la città, vedo cantieri che promettono “green building”… ma ancora con marciapiedi che non parlano a tutti.
Rampe provvisorie, accessi negati, piazze nuove ma non accessibili. E mi chiedo: che rigenerazione è, se esclude qualcuno? Poi, trovo un piccolo progetto urbano che mi colpisce. È un quartiere rigenerato non solo con piante e pannelli solari, ma con attenzione ai bisogni delle persone: percorsi accessibili, spazi condivisi, verde pubblico, mobilità dolce. E in mezzo a questo cammino, incontro realtà che hanno trasformato il rifiuto in risorsa:
start-up che recuperano scarti industriali per farne nuovi prodotti,
cooperative che danno nuova vita a materiali abbandonati,
cittadini che scelgono il riuso prima dell’acquisto.
Il second life non è solo un obbligo: è diventato creatività, economia circolare, cultura, non è perfetto, ma è un inizio, un esempio concreto di come ambiente e inclusione non siano due mondi separati. Mi fermo, guardo e l’orologio si riapre.
Il Futuro, l’anno 2080
Mi trovo in una città che non conosco… eppure è la mia, ma l’aria è pulita. Gli alberi sono parte degli edifici. Le strade sono silenziose, percorse da mezzi leggeri, condivisi, autonomi. Le persone sorridono. Non di quella felicità superficiale, ma con la pace di chi sente che sta vivendo bene.
La città è viva, ma anche profondamente umana, ogni spazio è pensato per essere accessibile a tutti:
marciapiedi larghi, sensori tattili, segnaletica visiva e sonora, trasporti che mettono al centro il diritto al movimento, non solo la tecnologia.
Mi spiegano che la rigenerazione urbana è stata la chiave, non solo recuperare edifici, ma restituire spazi, creare comunità, ridurre le distanze. Ogni progetto è nato con la domanda:
“Chi sarà escluso, se non facciamo attenzione?”
Anche il concetto di rifiuto è cambiato.
Il recupero, il riuso, il second life sono alla base dell’economia.
Ogni oggetto è pensato per durare, per essere riparato, per trasformarsi in qualcos’altro.
Nulla si butta: tutto si rigenera, e così, quartieri prima abbandonati sono tornati a vivere, non solo “smart”, ma umani, connessi, accessibili. In una piazza, una targa dice: “Qui, nel 2030, è stato firmato il Patto per la Rigenerazione. Non un documento. Un impegno collettivo.”
Chiedo: “Come ci siete arrivati?”
Una donna mi guarda e risponde: “Con fatica. Con scelte anche impopolari.
Ma grazie a chi, negli anni precedenti, ha creduto che l’ambiente non fosse un ostacolo allo sviluppo, grazie agli avvocati che hanno fatto valere diritti nuovi, agli imprenditori che hanno innovato, ai cittadini che non hanno più detto ‘non tocca a me.” Capisco. Quel futuro era possibile. Lo è ancora.
L’orologio si riapre.
Il ritorno al presente
Ritorno nel mio ufficio, l’orologio è fermo, ma io no, perchè ho capito che il futuro non si prevede si costruisce. Ogni scelta, ogni firma, ogni progetto, ogni voce che si alza… è un mattone di quel ponte che collega il presente a un domani diverso, non ci serve davvero un viaggio nel tempo, ci serve il coraggio di non demandare, ma agire. Come cittadini, come professionisti, come esseri umani, e se qualcuno mi chiede: “Ma davvero il cambiamento può partire da noi?” Io oggi rispondo: “È l’unico modo in cui sia mai partito davvero.”

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